Lucrezia Lombardo
Herbae Surdae
Opale
(Giuliano Ladolfi,
2025)
Ricoperta d’erba
per svolti di campagna
rimpiango la perduta
età che ravviva ogni ora.
*
In molti dormono
e tra i vicoli della masseria
s’affollano gli strilli
dei bambini.
Lì restano roseti
masticati dal solleone,
e pozzi di monete
che colgono i miseri
calandosi con cesti
di vimini.
*
Spento il focolare,
restano cortili di gramigna
e pietre, colline tramate
di memorie, e aria che
soffoca di altre lingue.
Un eterno bruciato
dall’estate, cosparso
di sambuchi e nidi di vespe.
E allori, profumi
d’allori e lontane sorti,
racchiuse in fazzoletti
ricamati di notte.
*
Nettare di monti
a mille palmi
dalla nostra brama,
il cuore s’imbatte
sulla spoglia natura,
come spoglio è il corpo.
Gioie brevi, strappate
ai richiami delle cose:
un solo giorno di grano,
e noi distesi nel sole.
*
Tutto torna al fango
dopo l’esplosione
di volontà del giorno,
ma spetterà al silenzio
il canto finale.
Erbe, piante, paesaggi, creature umili, un mondo silenzioso accennato con tinte pittoriche e toni di nostalgia danno forma alla più recente opera poetica di Lucrezia Lombardo, Herbe Surdae. Lo stile dell’autrice è condensato in 25 testi dalla forte connotazione icastica: immagini di un’epoca rimpianta, Eden perduto la cui risonanza può essere intesa dal Fanciullino interiore, non senza l’incanto francescano provato da Pasolini per la società contadina – in una critica (lo nota Carlo Ragliani nella postfazione) rivolta ad un presente spietato, ormai distanziatosi tragicamente da quella purezza originale che dà vita a un canto doloroso ma di riscatto.